Riportiamo da Torino internazionale.org una significativa intervista di annalisa Magone al Professor Roberto Perotti Università Bocconi, autore del dibattutissimo libro l' Università truccata.
«La fuga dei cervelli dall'Italia ha trovato recentemente spazio nelle prime pagine dei quotidiani ed è stata ampiamente confermata da numerose analisi statistiche. Tuttavia, ciò che forse dovrebbe fare riflettere maggiormente è che quasi nessun ricercatore straniero è attratto dal nostro paese». A parlare è Roberto Perotti, professore di economia politica all'Università Bocconi: «Nei corsi di dottorato italiani soltanto il 2% degli studenti proviene dall'estero e, in tutto, meno di 3.500 persone di altri paesi Ue lavorano nel settore scientifico-tecnologico italiano. Nel Regno Unito (e risultati simili valgono per altri paesi europei) il 35% degli studenti nei corsi di PhD sono stranieri e più di 42.000 cittadini Ue lavorano come ricercatori nel paese». ll quarantaseienne professor Perotti, studi alla Bocconi e al Massachusetts Institute of Technology (Mit), avvio della carriera accademica alla Columbia University e ritorno in Italia nel 2001, fa parte del gruppo di economisti che, sul portale "lavoce.info", ha indicato nella iniezione di dosi massicce di concorrenza il rimedio per fare uscire l'università italiana dalla crisi - di visibilità, di produttività scientifica, di qualità didattica - da molte parti denunciata. Le proposte sono fra le più radicali e impopolari: privatizzazione totale, vendita all'asta degli atenei, liberalizzazione delle tasse, delle sponsorizzazioni, delle assunzioni e delle retribuzioni, allocazione di finanziamenti statali in una forma molto selettiva sulla base di indicatori di produttività scientifica condivisi dalla comunità internazionale. Vediamo meglio alcune di queste provocazioni.
Come spiega la scarsa attrattiva esercitata dall'università italiana sugli stranieri? Se parliamo di ricercatori, le ragioni sono collegate alle caratteristiche del sistema retributivo universitario. In Italia la progressione dei salari dipende quasi esclusivamente dall'anzianità di servizio, mentre la produttività (numero di pubblicazioni) è marginalmente rilevante per la determinazione del salario. Inoltre il profilo temporale è molto ripido, se si considera che tra inizio e fine carriera il salario aumenta di un fattore pari a 5: poiché si guadagna troppo poco all'ingresso, di fatto non si premiano gli anni di ricerca più produttivi. Nel sistema americano, invece, il salario è negoziato individualmente ed è quindi funzione delle opportunità di lavoro alternative, cioè essenzialmente dalla produttività di un professore. Inoltre la progressione è molto meno accentuata: negli Stati Uniti, a fine carriera un ottimo professore guadagna tra 1,5 e 2 volte il suo salario iniziale. Viste queste caratteristiche del sistema italiano, essendo difficilissimo fare un concorso nel nostro paese (a partire dal fatto che magari non si conosce la lingua), bravi ricercatori tenderanno ad andare in un paese in cui viene premiata esclusivamente la qualità e non l'anzianità. Per gli studenti il problema è simile e complementare: uno studente americano o inglese bravo, tende ad andare in una buona università americana o inglese. Il discorso è molto delicato: può essere relativamente facile attrarre studenti da certi paesi, dove le alternative sono peggiori, però attrarre studenti dal Massachusetts o dalla California, da Israele o dalla Svezia resta il vero risultato. Il giorno che una persona con la possibilità di andare ad Harvard verrà alla Bocconi, sarà un segno di successo. Frequentare l'università in Italia però costa meno. La mia idea è che sarebbe meglio liberalizzare le tasse universitarie, in modo che ogni università possa appropriarsi interamente delle tasse pagate dai propri studenti, facendone l'uso che ritiene. In alternativa si può pensare di mantenere il controllo pubblico sulle tasse universitarie, aumentandole però considerevolmente: i risparmi statali così ottenuti potrebbero essere impiegati per istituire un sistema di voucher, borse di studio e prestiti con restituzione graduata in base al reddito ottenuto dopo la laurea. In ogni caso, se si guarda già oggi alla spesa media per studente nel sistema italiano e nel sistema inglese pubblico, si può verificare che essa è comparabile, se non più alta in Italia. I problemi dell'università italiana non dipendono dalla mancanza di fondi, bensì dall'esistenza di meccanismi sbagliati di distribuzione delle risorse.
Qual è il decalogo di regole da seguire? Se l'Università ricevesse finanziamenti in modo dipendente dalla qualità cambierebbe tutto. Consideriamo una università pubblica: il primo passo è introdurre incentivi a incaricare professori bravi, attraverso la contrattazione dello stipendio, e ad attrarre studenti bravi, attraverso la reputazione dell'ateneo. Questo meccanismo che è automatico in un sistema privato, si può applicare anche all'università pubblica come dimostra il caso inglese. Nel sistema britannico, ogni 4-5 anni il Research Assessment Exercise (Rae) valuta la ricerca di tutte le università, chiedendo di proporre le migliori pubblicazioni, per compararle fra loro e assegnare il 30% dei fondi statali sulla base di un punteggio. Si tratta quindi di istituire un sistema di incentivi e allocare finanziamenti in base alla qualità della ricerca che servano anche ad aumentare gli stipendi dei professori. Perché il meccanismo funzioni, esso deve però stanziare molte risorse (una quota dell'1 o 2% sul totale del finanziamento erogato non è abbastanza incentivante) ed essere senza pietà: in Inghilterra gran parte delle università non guadagna praticamente nulla sulla base di questo criterio. Anche in Italia è stata tentata, in via sperimentale, una valutazione dal Comitato Italiano per la Ricerca (Cir). La cosa è stata ben condotta grazie all'appoggio di giurie esterne, tuttavia la distribuzione dei giudizi ha mostrato una distribuzione dei punteggi troppo uniforme fra gli atenei. Vanno pertanto apportati dei correttivi, per esempio non dovrebbe essere possibile concorrere presentando pochi lavori o addirittura no solo, anche se di eccellente qualità: il sistema inglese, in questo senso, tende a valutare non solo la qualità ma anche la continuità nel tempo della produzione di un dipartimento.
Il modello inglese le sembra adatto ad essere replicato? Mi pare l'unica via possibile. Se consideriamo altri casi europei - parlo del mio campo che è l'economia - vediamo che il sistema tedesco è molto baronale e non favorisce né la produttività né l'originalità, mentre la Spagna è l'esempio dei risultati a cui possono portare scelte di autonomia: lì alcune università si sono sganciate dal sistema statale, risalendo in pochi anni la classifica delle migliori d'Europa e ichiamando professori dagli Stati Uniti. Bisognerebbe fare come le università americane che, quando si trovano in un ciclo discendente fanno offerte ai migliori professori nel campo. Il metodo è semplicissimo: ci si riunisce e si vede a cosa questi professori possono essere sensibili, chi al cambiamento di città, chi ai soldi, chi all'insoddisfazione verso il lavoro attuale. Il problema è compilare la lista decidendo chi è bravo, al di là di qualsiasi altra considerazione, e stanziare un bel po' di soldi per un certo numero di anni. Tra l'altro, l'Italia sarebbe particolarmente favorita in questo, trovando all'estero molti italiani molto bravi che sarebbero disposti a tornare - professori che insegnano nelle migliori università americane e si sentono rispondere che, per lavorare in Italia, devono fare un concorso per ricercatori.
Cosa c'è che funziona secondo lei? Quando si parla del sistema italiano, tutti esortano a non dirne male perché ci sono delle vere eccellenze. Questo è vero, ci sono delle isole di successo, senza contare che la maggior parte delle persone si danno da fare, sono in gamba, oneste e capaci pur in una situazione completamente allo sbando. Se ci fosse un contesto istituzionale diverso, queste stesse persone sarebbero ancora più in grado di produrre eccellenza e far studiare meglio gli studenti.