Il programma televisivo "Report" del 19 Aprile ha fornito un quadro delle condizioni della scuola italiana nel complesso abbastanza realistico. Pochi soldi, e spesi in maniera scandalosa. Strutture inadeguate. Disattenzione sostanziale da parte delle istituzioni. Malcostume. Impreparazione e incompetenza degli organismi competenti. La scuola come un grande caravan serraglio in dismissione. E chi la vive sa bene che si rasenta ormai il dramma dell’assurdo. Ma il problema è, una volta denunciata la situazione, quali reazioni ci si attende da parte del pubblico, dal momento che non credo affatto che il pubblico sia, da tempo, del tutto ignaro della situazione.
Da questa analisi emergono, come in un romanzo di Cervantes, i tratti di due mondi paralleli, che credono di entrare in contatto, ma convivono senza sfiorarsi nemmeno. Il primo è il mondo reale, e ritrae la nostra società così come è, volgare e arrogante, con la sua scuola giustamente emarginata, stracciona e derelitta. L’altro è un mondo immaginario. E’ nella società immaginaria fondata su quei valori dell’impegno e del merito, dei quali tanto la nostra società reale si riempie ogni giorno ipocritamente la bocca, che la scuola ha un senso. Perché, in un paese che abbia rinunciato alla civiltà, che senso può mai avere la scuola? E chi più si scandalizza per le condizioni pietose in cui essa versa?
Del resto la storia della scuola italiana è proceduta di pari passo con i sogni del paese. Fino a quando il paese ha saputo proiettarsi, con generosità, verso orizzonti di progresso e di speranza, si sono costruite scuole, acquistate suppellettili, assunti docenti, accolti studenti. Da quando l’Italia ha perduto slancio e speranza, diventando un paese disincantato e materialista, anche il destino dell’istruzione ne ha sofferto. Il fallimento di questo governo, che fa di tutto per dare nuovo entusiasmo al Paese, è tutto lì, nella scuola agonizzante, nell’incapacità di capire che è dalla scuola, dal valore che le si dà, che nasce la fiducia in orizzonti futuri. E così, tagliando fondi e speranze, dibattiamo su quanti anni debba studiare un docente e quante e quali competenze debba acquisire prima di fare la fine pessima (sotto ogni aspetto) che fanno i docenti nel nostro paese: insultati, sottopagati, disistimati, depressi.
Diciamo che la nostra è, per tanti aspetti, la società delle scorciatoie. La società delle relazioni personali, delle raccomandazioni, delle parentele. E’ una società con una bassissima percentuale di laureati forse anche perché è una società dove la laurea è l’ultima cosa che garantisce successo, ricchezza, riconoscimento sociale, stima. La nostra è una società nella quale tutti i valori di civiltà sono contraddetti nei fatti e di fatto irrisi. E’ una società che propone modelli per i quali la scuola, diciamo la verità, non serve. Modelli per i quali la scuola rappresenta piuttosto una sostanziale perdita di tempo: si insegna Dante mentre si dovrebbe insegnare come evadere le tasse, come far soldi in modo facile (lecito o non, non importa), come compiere reati impunemente. Servono ben altre palestre, dove ben altri maestri insegnano, a ben altri allievi, ben altri programmi. Ed è per quelle palestre che nessuno risparmia.
Diciamo che il programma è concepito, nelle intenzioni degli autori, in modo da suscitare scandalo e incredulità nella società italiana. Ed è qui che io sarei molto cauta. Perché ho il serio timore che le cose siano ormai giunte a tal punto (a tal punto di non ritorno) che rischia di verificarsi l’esatto contrario: lungi dall’inorridire per il disastro nel quale sta annegando il sistema scolastico di un paese che, pure, ambiva a rappresentarsi come un paese civile, temo che il quadro proposto consolidi il disprezzo che l’intera nostra società nutre per l’istruzione, la cultura e, in generale, tutto ciò che richiede impegno, fatica e tenacia per essere acquisito e conquistato. Temo che non muova nessun comportamento riparatorio.
L.R.