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| La scuola in mezzo al guado: la valutazione | | Cronaca recente. Uno studente muore sotto il crollo di un soffitto. Il governo ha tagliato del 50% i fondi per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, ma è pronto a dichiarare che la sopravvivenza quantomeno fisica di allievi e prof è una sua priorità. Come si fa a non apprezzare? Problemi di statica a parte, la nostra scuola soffre di parecchi mali. Si può perciò tranquillamente sparare nel mucchio, certi di non sbagliare. La mia opinione è che i mali della scuola facciano sistema, che si tengano e si incrementino a vicenda. Ma partiamo da un problema concreto: la valutazione. Un problema, va detto subito, divenuto di difficile soluzione dacché la scuola, specchio fedele di una società incapace di scegliere la modernizzazione anziché subirla, oscilla confusamente tra forti persistenze del passato e timide aperture verso il nuovo. Intanto il mondo va avanti e le conseguenze più gravi di questo stato di cose ricade pesantemente sulla competitività del nostro Paese. Dovrebbe bastare questa considerazione per indurre i nostri politici a porre in primo piano la questione scuola. Invece niente! Al di là delle dichiarazioni, insensibilità e incompetenza affliggono tanto la destra quanto la sinistra. E non sembri, questo, un facile ammiccamento all’antipolitica. C’è infatti una differenza notevole tra il disegno di smantellamento della scuola pubblica messo in atto dalla destra italiana (baciapile e privatista per interesse) e la prassi subalterna della sinistra, che si nutre essenzialmente di ignoranza e autolesionismo. Quand’è che vedremo un solo politico di spicco di questo schieramento applicarsi sulla scuola con impegno pari a quello profuso da molti di loro per appropriarsi (tra l’altro da orecchianti o da dilettanti allo sbaraglio) dei temi dell’alta finanza? Ma torniamo a noi. La valutazione non era neanche considerata un problema quando la scuola costituiva un mondo coerente. La lezione era scrupolosamente frontale e serviva a trasmettere informazioni, il manuale era la divinità e il docente ne era il sacerdote riconosciuto. Logico che fosse anche l’unico autorizzato a valutare, tramite l’interrogazione, il grado di assorbimento del verbo. Limiti gravi di questa scuola erano la sua struttura rigidamente gerarchica, che tendeva a formare più sudditi che cittadini, e il cosiddetto sapere nozionistico, che era in fondo l’obiettivo reale della scuola come servizio pubblico. Alle masse bisognava fornire le conoscenze di base perché si rendessero utili nelle fabbriche, nelle caserme o nelle posizioni più subalterne della burocrazia. Il sapere come elaborazione critica era riservato invece ai pochi eletti destinati a formare la classe dirigente. Era assolutamente eccezionale, in quel contesto, che uno studente manifestasse insoddisfazione per il voto che gli era stato attribuito. E se e quando accadeva, si ritrovava isolato, dalla propria famiglia e spesso anche dai propri amici. Che bel mondo! Peccato che l’assurgere dell’Italia a potenza industriale e la conseguente impossibilità di sottrarsi alla competizione internazionale lo abbiano letteralmente minato alle fondamenta. Oggi infatti comincia a farsi strada che il patrimonio principale di un Paese è il suo capitale umano. Il che, tradotto in termini scolastici, dovrebbe significare che non si può sperperare più un solo euro per fabbricare cretini o presuntuosi, incapaci di adattarsi velocemente al mondo che cambia o di relazionarsi correttamente agli altri. Eppure si continuano a fare lezioni frontali, si continuano a interrogare i ragazzi pretendendo che sappiano a menadito nozioni come l’anno della battaglia delle Termopili, si continua a non attrezzarli (né sul piano della mobilità intellettuale, né su quello della giusta percezione di sé) per il presente difficile che stiamo attraversando e per l’incerto futuro che ci attende. Cominciamo allora a fare chiarezza. La perdita di autorità da parte dei docenti è addebitabile anche, se non principalmente, alla loro incapacità di affrontare in maniera seria il problema della valutazione. Il familismo amorale dei genitori degli alunni getta certamente benzina sul fuoco. Ma non prendiamoci in giro, la disfatta si consuma quasi tutta all’interno della scuola. Se la lezione è frontale vuol dire intanto che il lavoro in classe si identifica con il puro ascolto. È ancora proponibile una scuola che si basi sulla passività dei ragazzi? Non si rischia, in un pianeta che si innerva sempre più di interattività e di cooperazione, di fabbricare dei disadattati? Ma ci sono anche altri aspetti. Quanti docenti si muovono con disinvoltura nel mondo dei videogiochi e delle comunità virtuali? Corollario: chi si esime quantomeno dal curiosare intorno a queste realtà, che rapporto o dialogo è in grado di stabilire con i propri allievi? in quali ambiti conoscitivi crede si formi il loro universo culturale? O immagina davvero che i ragazzi di oggi siano dei barbari solo perché hanno scarsa dimestichezza con il Canzoniere di Petrarca? Quanti insegnanti sanno qualcosa di non approssimativo sulle intelligenze multiple e sulla metacognizione? Per una persona di media cultura è già grave esserne del tutto all’oscuro. Perché si rimane legati a concezioni arretrate sull’approccio al sapere e al saper fare. Ma un docente che non sentisse l’urgenza di approfondire queste problematiche per meglio attrezzarsi professionalmente, farebbe bene a interrogarsi sull’utilità sociale del suo lavoro. Come ogni cosa che abbia a che fare con la carne viva delle persone, la valutazione è una cosa tremendamente seria, se non altro perché mette in gioco l’identità e l’autostima. Dovrebbe perciò essere sempre accompagnata, in chi la formula, da un’autovalutazione della propria capacità di creare e gestire un ambiente educativo. A pensarci bene i problemi nascono proprio da qui: dalla estrema difficoltà, in una società che produce frammenti di individui, di costruire un gruppo-classe, che includa tutti, docenti e discenti, in un progetto comune. La stessa prassi corrente di valutazione, come giudizio formulato sull’allievo, appare allora del tutto deviante e serve solo a incasellare freddi formulari negli schedari della burocrazia. Va perciò ribaltata e trasformata in una pratica comunicativa che parta dalla descrizione del percorso fatto, affronti una serrata riflessione sugli errori commessi e si sviluppi nella elaborazione (che includa la correzione condivisa degli errori) di nuove strategie cognitive e di nuovi obiettivi formativi. La valutazione è quindi un atto tutt’altro che unidirezionale. Il docente è tenuto sì a pronunciare il suo giudizio, ma il suo compito non è quello del giudice, bensì di chi promuove e coordina, con il coinvolgimento attivo degli allievi e delle famiglie, l’incremento della conoscenza, delle abilità e delle competenze. Voler reintrodurre il voto espresso in decimi è perciò funzionale a un disegno di gretta restaurazione. Serve solo a far credere, alla parte più ottusa del corpo docente, di poter recuperare a buon mercato (cioè lavorando meno) quella autorevolezza che la sua mancanza di adeguata professionalità e la sua sciatteria morale gli hanno fatto perdere. Oggi viviamo, in questo come in altri campi, una lunga e difficile transizione. Il mondo vecchio stenta a tirare le cuoia e quello nuovo stenta purtroppo a definirsi. Non sono neanche pochissimi, in verità, i docenti e i dirigenti di grande valore e passione che, pur tra mille difficoltà, dedicano al loro lavoro il meglio di sé e creano, coinvolgendo studenti e famiglie, isole di formazione all’altezza dei tempi. Ma non appare ancora all’orizzonte un grande movimento che recuperi l’entusiasmo di passate stagioni e lo metta al servizio di uno svecchiamento che si allarghi a macchia d’olio, travolgendo lo scetticismo e risvegliando energie sopite. E per un altro verso manca alla scuola una volontà politica che supporti e utilizzi le energie dei singoli in un progetto di grande respiro che trasformi la scuola da luogo dell’ascolto (e spesso della noia) in incubatrice di attività laboriatoriali vive e vibranti. Dove tutti ritrovino un senso al proprio operare e nessuno (tendenzialmente) si senta più depresso. Un aiuto importante in questa direzione potrebbe venire dal movimento degli studenti, a patto che elabori proposte innovative che vadano ben oltre il piano della denuncia e della pura rivendicazione. Una cosa in ogni caso è certa. Nessuna soluzione al problema della valutazione può venire fuori da un nuovo orizzonte collaborativo che riformuli radicalmente il fare scuola. Non pretendo, con questo, di essere stato esaustivo rispetto alla problematica articolata e complessa della valutazione. Che tra l’altro offre anche altre angolazioni non meno importanti: con quali standard oggettivi si certificano le competenze? Chi valuta, e con quali criteri, il lavoro dei docenti e dei dirigenti? chi la reale qualità dell’offerta formativa di ogni singola scuola, al di là del polverone cartaceo? Spero solo di essere riuscito a lanciare il classico sasso nello stagno. Mi auguro perciò che produca larghi cerchi in superficie, ma soprattutto che smuova qualcosa nel profondo, poiché i problemi della scuola sono gravi e urgenti e nessuna sua componente, anche volendo farlo, può assumersi sulle spalle l’intero peso del cambiamento. Pasquale Sica |
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