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Liberalizzare l' Università

L’ Università italiana, probabilmente, anche senza i tagli previsti dal Governo sarebbe destinata ad entrare in crisi nei prossimi anni. Questo è il punto. Gli Atenei nel loro complesso impiegano quasi il 90 % del Fondo pubblico per l’ Università per sostenere il costo del personale docente e non. E’ una cifra che non lascia spazio a nessun ottimismo circa la capacità del sistema di investire in nuovi asset e in nuovi servizi. Anzi , persino la possibilità di coprire le spese correnti a bocce ferme sembra seriamente minacciata. A riprova di quanto sopra ben 41 Atenei sono indebitati con le banche. Per giunta, al basso grado di efficienza così declinato non corrisponde chissà quale efficacia generale nei risultati. Il 50 % degli studenti iscritti è fuori corso . Un fenomeno unico al mondo. Il 25 % non ha sostenuto esami. Ma c’è una dimensione d’ insieme ancora più eloquente e severa: quasi nessuno dall’ estero viene a studiare o a insegnare nelle nostre facoltà che diventano, nel panorama internazionale , sempre più remote. Questi dati, sarebbe assurdo negarlo, disegnano un sistema che rischia seriamente il declino. A prescindere da Brunetta e dalla Gelmini.

 I risultati dei numerosi studi , libri, interventi, gruppi di riflessione e seminari sulla Università, in giro per l’ Italia, guardati sinotticamente, mettono a fuoco, nonostante le diverse accentuazioni, almeno tre aree di problema:

l’ alto livello di dispersione dei contenitori didattici, ovvero dei corsi di laurea e dei luoghi fisici, siano essi Atenei o sedi distaccate degli stessi, che mostra tutti i limiti del modo con cui è stata governata e realizzata l’ autonomia. Il dato infatti rimanda a carenze nei meccanismi di governance di sistema, fa pensare a problemi nella ricerca delle sinergie e delle interdipendenze , non solo all’ interno del sistema universitario ma anche tra questo ed il territorio, con le sue vocazioni e direttrici di sviluppo. Una Università che si auto moltiplica in modo incrementale rimanda ad una carenza generale di indirizzi, decisioni di priorità, relazioni virtuose con l’ economia ecc. Produce inoltre quella complessiva incapacità di fare massa critica, di patrimonializzare conoscenze ed esperienze, di promuovere scambi di saperi che rappresenta i limiti della nostra Ricerca;

la burocratizzazione e l’ eccesso normativo per il quale pesa sull’ Università una coltre di 103 leggi, senza contare la miriade di norme "interne" che regolano quasi ogni fenomeno organizzativo e didattico, condizione questa che rende farraginosi e statici tutti i processi chiave , dalla formazione alla Ricerca e aumenta considerevolmente la "forza di gravità" dell’ esistente rispetto ai tentativi di innovazione. Ciò rende monca quella capacità di adattamento, diversificazione, focalizzazione che dovrebbe stare alla base della autonomia. La burocratizzazione è forse una delle principali ragioni del fatto che l’ Università stenta parecchio ad autoriformarsi;

la mancanza diffusa di accountability ovvero dell’ obbligo o della opportunità di rendere conto, nel bene e nel male, delle proprie scelte e dei propri risultati che produce all’ interno quella bassa propensione a premiare il merito e la qualità e che implica per le realtà didattiche e di ricerca migliori e per gli Atenei che lavorano bene un "basso potere sul campo" nel negoziare risorse ed opportunità. Il non dover rendere conto alla lunga provoca quella miscela letale tra privilegio dei singoli e mancanza di autorevolezza pubblica dell’ Istituzione in quanto tale.

I fenomeni così ampiamente trattati e documentati nelle più diverse forme e dimensioni, qualche volta in maniera ideologica , quali : gli sprechi e le inefficienze, l’ appiattimento retributivo verso l’ alto dei docenti, le carriere solo per anzianità, i nepotismi e i concorsi " amministrati", la precarietà dei ricercatori, la fuga dei cervelli ecc. che molti individuano, forse erroneamente, come cause dei mali dell’ Università sono probabilmente gli effetti macroscopici dei problemi citati.

Stando così le cose, la politica dei tagli generalizzati risulta non solo profondamente sbagliata ed iniqua ma anche inefficace. Va detto però che le condizioni economico finanziarie in cui versa L' Università appaiono comunque ineludibili, anche perchè, in un' epoca in cui nessuno può più pensare di compensare con le tasse le inefficienze pubbliche, è d' obbligo , anche per il sistema formativo e della ricerca introdurre il criterio della sostenibilità. Diventano sostenibili per la collettività quelle università il cui finanziamento pubblico è giustificato dall' effettivo valore messo in campo e quelle università che riescono ad attrarre , per la medesima ragione, contributi privati integrativi.

Serve quindi qualità. Ma l' Università italiana è un mondo rigido e cristallizzato regolato da norme calate dall' alto che consentono margini ristrettissimi di autonomia gestionale e di innovaione. E', quindi, improbabile che essa riesca ad autoriformarsi. almeno nella misura che servirebbe.

Deburocratizzazione e accountability sono intimamente legate. Le Università possono riorientarsi verso il merito solo se vengono messe in grado di perseguire l’ eccellenza in modo libero e flessibile. Questa è la precondizione di base per pensare a nuove forme di finanziamento pubblico centrate sulla valutazione dei singoli Atenei , come emerge da molte proposte, e all' introduzione governata e virtuosa di forme di finanziamento privato compatibili con la libertà del sapere. Occorrerebbe quindi innescare un processo di liberalizzazione serio e pervasivo, senza il quale a nulla servirebbe introdurre criteri e strumenti di valutazione della qualità di didattica e ricerca.

Bisognerebbe prendere finalmente in seria considerazione l’ idea di avvicendare il concorso pubblico come modalità prevalente e adottare, gradualmente, i criteri usati dalla maggior parte delle Università occidentali di eccellenza che si basano sulla logica della assunzione diretta, sottoposta ad un rigido controllo della qualità e valore scientifico del candidato. E’ una logica questa, rapida, trasparente, meno manipolabile e fortemente responsabilizzante per chi decide e sceglie. Analogamente, se si vuole che il merito attecchisca definitivamente, bisognerebbe introdurre principi di carriera e crescita retributiva legati alla valutazione della qualità e del contributo delle singole persone.

Tale processo, però, risulterebbe monco se non venisse accompagnato dalla liberalizzazione della didattica , alla ricerca di profili di studio innovativi e insieme legati alle domande che vengono dalla società e dall' evoluzione di territori, professioni, sistemi produttivi, che non sempre combaciano con la tradizionale organizzazione delle discipline. Una Università che deve rendere conto del suo operato e che deve emergere per assicurarsi risorse e consenso può permettersi questo, senza il timore di creare lauree inutili . Ecco il nesso tra qualità , efficienza e libertà didattica, che è il vero senso della autonomia.

Bartolo Costanzo





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