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Il lavoro: la paura e il coraggio

Il 27 Giugno si è svolto il primo workshop di attivazione di EN dedicato alle tematiche del lavoro : Napoli, la fine del lavoro, la paura e il coraggio. In quella sede i numerosi partecipanti accettarono la nostra proposta di costituire insieme, sulle pagine web del nostro sito, uno spazio dedicato ai temi dello sviluppo e della promozione del lavoro, nel quale ospitare idee, proposte e confronti sul tema .

Questo spazio è ora a vostra disposizione. Riteniamo che il presentation paper  diffuso tra i nostri aderenti ed amici in preparazione di quell' evento possa ancora costituire  un piccolo manifesto dell' Osservatorio sullo sviluppo

ll lavoro come tema cruciale e speranza di vita,  aldilà degli atti mancati  e delle occasioni perdute.  Verso una prospettiva che colga in pieno l' innovazione già in atto e quella possibile. E' il grande banco di prova  per superare le emergenze di questi anni e l' abitudine del  piangerci addosso.  Occorre saper re-interpretarci come cittadini in questo contesto e come attori  del Sud postindustriale, costruire una nuova consapevolezza basata sull’attivazione di energie sopite, quelle proprie della soggettività , dei nuovi saperi e delle nuove attitudini, che la politica sia a destra che a sinistra non riescono ancora a  mobilitare. Per contrapporre alla paura ed al suo reverse: la richiesta di protezioni, la capacità di essere “Agenti del cambiamento”.

1° movimento il declino del lavoro

 Anni 90, l’ epicentro della crisi . L’ Italia esce gradualmente ma definitivamente dai settori tecnologici che contano.  Si palesa la combinazione negativa del caso italiano: sfaldamento  del modello fordista e deindustrializzazione forzata.  ono gli anni dlla  innovazione mancata e dell’ impoverimento manageriale, La crisi della grande industria  diventa anche crisi dei territori e delle politiche pubbliche per lo sviluppo. Declino industriale e crisi della politica dopo tangentopoli: un binomio.

  La lunga transizione verso uno sviluppo non supportato dai grandi settori strategici. La risposta dualistica – piccola impresa al Nord , frammentazione e specializzazione dell’ economia di nicchia – distruzione del lavoro ed espansione della macchina pubblica al sud. Nanismo ed inefficienza :  i due paradigmi. Due facce di una stessa medaglia?

 Due città emblema di questa crisi: Genova e Napoli. Le due città dell’ industria pubblica. Vittime di una stagione di privatizzazioni all’ insegna della debolezza della politica e della improvvisazione manageriale.

 E’ l’ epoca della perdita di tutti i centri direzionali ( i casi Alenia, Ansaldo, Sme, Alfa Sud ). Trae origine da questa stagione  la  trasformazione della città  di Napoli in una sola grande periferia ?  Partiti e sindacato si abbarbicano alla fabbrica, simbolo di un lavoro “fordista” oramai in crisi. Lasciano andare funzioni manageriali,  centri di ricerca e sevizi avanzati. Napoli perde, per esempio,  elettronica e informatica ( che forse aveva più della stessa Genova ). Tra l’ altro, viene praticamente dissolto il sistema  agroalimentare del Sud. La sinistra c’ era . Governava in molte città importanti del Sud. Unica istituzione politica sopravvissuta a tangentopoli. Che cosa non ha capito ? Che cosa non ha fatto?

 2° movimento, l’ affermazione di un nuovo modello di lavoro

ma questa è storia. Oggi si afferma nel mondo del lavoro il “progetto individuale”  ovvero  l' impiego “senza posto  fisso”. Il nuovo lavoro è all’ insegna del “nomadismo”  Uno sviluppo professionale flessibile e plurale: più lavori contemporaneamente, più lavori durante la vita, più alternanza tra lavoro e formazione, più trasformazioni individuali, più luoghi di lavoro e città e forse paesi. Una esperienza di lavoro, sia  pur frammentata,  che dura di più, fin dentro la terza età. Un modello che potrebbe anche essere ricco di positività e di cambiamenti. Ma, può affermarsi una cultura positiva del lavoro nomade? Persino una nuova etica del lavoro nomade?  All' insegna della autodeterminazione, piuttosto che dell' insicurezza?

  Di certo no se durerà ancora a lungo  il senso di spiazzamento e  di paura che si accompagna a queste trasformazioni. Oggi c’ è  una forte contraddizione. Quella tra un involucro di regole vecchie e di vecchi modelli di organizzazione della vita materiale  e l’ affermazione di fatto di questo nuovo orizzonte dello sviluppo. Questo conflitto, dovuto ad una penuria di riformismo moderno,  rende le nuove forme di lavoro minori e non garantite,  residuali ed ostacolate dalla presenza di “lavori” arretrati ma protetti, deprezzandone anche il valore sociale. Quella odierna è la prima epoca storica in cui le forme cosiddette “arretrate” del  lavoro sono anche quelle che godono di maggiori rendite di posizione . Questo è forse il dato più appariscente del declino del welfare così come lo abbiamo conosciuto. Il precariato come sistema diffuso di sfruttamento, il precariato come spauracchio sociale nasce da questa incapacità della politica  di riconoscere  i nuovi lavori come oggetto di governo e regolazione   e non solo  come mera forma di flessibilità.

 C’ è  forse un un  fil rouge tra quello che la  politica non ha fatto e capito a proposito del declino del lavoro tradizionale e quello che non fa e  non capisce  ora di fronte all’ emergenza del nuovo lavoro?

 Questa debolezza è rilevante , perché lo sviluppo dell’ economia, in epoca di globalizzazione, è intimamente legato alla affermazione sociale di nuovi  modelli di lavoro e di nuove soggettività . In Occidente, il nesso tra innovazione,  produzione di ricchezza e nuove professioni è inscindibile. E se non  c’ è valore sociale e dignità  culturale dei nuovi lavori  non c’ è né redistribuzione di opportunità né redistribuzione di risorse. Un nuovo orizzonte di uguaglianza deve essere fondato. Esso non può nascere dalla semplice difesa delle vecchie forme e dalla loro riproposizione come modello egemone anche per il futuro. Le lamentazioni stucchevoli e improduttive sulla condizione giovanile nascono forse da questa miopia. E i giovani ci rispondono con la loro depressione.

 Parlare di ripresa dello sviluppo nel Meridione postindustriale significa saper coniugare nuovi modelli di impresa e nuovi modelli di lavoro. Non si può, per esempio, progettare il ritorno sul  territorio meridionale di una media impresa light, non fordista,  avanzata, veloce e flessibile, senza  immaginare profonde epocali riforme dei rapporti di lavoro .  Né si può immaginare che l’ affermazione di  questi pesi solo sulle spalle del lavoratore  perché se non c’è coesione sociale non c’ è impresa culturalmente e tecnologicamente ricca e complessa. Ecco perché il passaggio da un welfare che protegge il posto di lavoro ad uno che sostiene il lavoratore nella sua individualità è una leva di sviluppo,  prima ancora che una politica sociale.

 Flessibilità non come “manovrabilità” del lavoratore  ma come   possibilità  comulativa di passaggio e transizione tra più  lavori e più  settori di diversa natura e a diverso stadio di sviluppo: dal privato al pubblico e viceversa, dal lavoro individuale a quello collettivo ecc. Questo bisogna immaginare per rilanciare il lavoro a  Napoli e nel Meridione. Questo vuol dire però che nessun settore e impiego deve avere barriere all’ ingresso e barriere all’ uscita. Ecco il vero punto.

 Bartolo Costanzo

 

 

 





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