Da queste colonne Ernesto Paolozzi ha aperto una riflessione sul destino della sinistra che trovo interessante e feconda. Vorrei anch’ io aggiungere qualcosa perché anch’io penso che la Campania potrebbe essere, per il Partito Democratico, uno dei luoghi dai quali ripartire. Come tanti credo, però, che Il laboratorio politico che si prospetta e si invoca per il Centrosinistra non sarebbe tale se non si affronta la partita diciamo così alla grande . Il punto non è quali aggiustamenti introdurre ad un percorso già tracciato , della serie abbiamo perso perché siamo scesi in campo precocemente e non abbastanza rodati. Oppure abbiamo perso perché ci sono i rifiuti, il sistema di potere, la casta, le società miste, la diossina…… E’ l ‘ intero contesto politico nel quale si muove il PD che va ripensato. Strategicamente, voglio dire, e non in semplice opposizione al passato. Ed in questo forse ha ragione Antonio Bassolino, che con il suo fiuto politico ha compreso l’ entità del fenomeno . Insomma , qui ci vuole un processo politico inedito. Mi vengono in mente almeno 3 questioni da affrontare per dare gambe ed opportunità ad una nuova fase e recuperare anche il tempo perduto. Ce ne sarebbero altre, ma comincio da queste.
Punto primo : occorre riprendere il tema delle alleanze, ma su di un altro piano, giocando un’ altra partita. Siamo d’accordo sul fatto che la solitudine del PD sia una delle cause della debacle che abbiamo sotto gli occhi. Ma , sia chiaro, è anche l’ effetto del declino politico e della perdita di contatto con la realtà dei suoi alleati. Non dimentichiamolo . Sarebbe inutile e fuorviante riproporre lo stesso schema di coalizione con gli stessi ruoli. Senza un reale percorso di innovazione che si affermi prima di tutto all’ interno delle forze che hanno caratterizzato il sistema di alleanze del Centrosinistra si rischia non solo l’ inefficacia dell’ intera squadra ma anche l’ interruzione di quel processo di evoluzione del quadro politico provocato dalla nascita del PD.
Tra le due cose c’ è forte interdipendenza. Bisognerebbe non commettere l’ errore di tornare indietro.E’ necessario mettere definitivamente al bando la frammentazione e i partitini personali e lavorare su tre assi portanti.
Stimolare una modernizzazione della sinistra radicale ed ambientalista immaginando che la si possa recuperare favorendo al suo interno l’ emersione di uomini e politiche che la facciano uscire dall’ orizzonte del No e che la mettano in condizione di abbandonare una lettura datata e ormai ripetitiva di quella questione sociale e ambientale a cui si sente vocata.
Recuperare il rapporto con ciò che rimane della esperienza socialista aiutandola ad uscire dall’ autocostrizione minimalista del laicismo, chiedendole di porre di nuovo all’ ordine del giorno quei temi di sviluppo concreto e modernizzatore della società campana che ne facevano anni a dietro forse uno dei punti di maggiore evoluzione della sinistra .
Rimettere al centro di una discussione su nuovi problemi e nuove soluzioni di politica pubblica quelle forze cattoliche molto presenti a Napoli e in Campania che hanno grande e prezioso radicamento territoriale e sociale e che se ne sono andate per la loro strada. Anche qui stimolando l’ intervento di uomini e proposte in grado di non fermarsi alle sole questioni etiche per andare oltre, verso i temi sociali, economici, territoriali che queste forze così radicate sono in grado di affrontare in alcuni casi anche meglio di molte strutture del Partito Democratico di tradizione non cattolica.
Punto secondo: fare in modo che il PD sia un vero partito , in carne ed ossa. Che vuol dire lasciarsi dietro le spalle l’ era dei piccoli gruppi fiduciari e dei partitini interni.
Che si fondino i circoli e che si facciano vivere recuperando strutture già presenti nei territori e inventando forme inedite di aggregazione, in un mosaico di soluzioni vecchie e nuove ad assetto variabile a seconda dei contesti concreti, territoriali, culturali e di opportunità politica . Si coniughino realismo e sperimentazione in modo da parlare a ceti diversi, sfruttando il potenziale di diversificazione che c’ è dentro il PD campano. Perché se non c’ è il partito non c’ è nulla: non c’ è dibattito, partecipazione, attrazione, coesione, visibilità. E non si commetta l’ errore , per favore, di considerare la costruzione della cosa PD come un fatto meramente organizzativo o peggio ancora “simbolico” . E’ al contrario una rilevantissima partita politica che esige grande professionismo e dedizione “di mestiere”.
Punto terzo: portare finalmente a compimento l’ eterna transizione verso una forza riformista di socialismo moderno ed europeo, a partire da qui, dal mediterraneo. Se si vuole veramente lasciare il segno e non fare mera ingegneria di alleanze . Il che significa chiudere una buona volta la partita che è stata aperta con lungimiranza più di 15 anni fa e che dura oramai stancamente da quando è nata la prima repubblica. E’ non si dica che questa mancanza di identità e di “valori” sia da addebitare al PD ed alla sua giovane età . O con altrettanta illusoria falsificazione che il PD non ha identità proprio perché quelle a disposizione si sono esaurite. Questo “vuoto” viene da lontano, come sappiamo tutti, ed è figlio non di evoluzione naturale ma di una catena di atti mancati .
Occorre , rilanciando su di uno scacchiere più ampio la grande e difficile esperienza di governo in Campania, riformulare un orizzonte politico nuovo che non sia il recupero tardivo di una sinistra cosiddetta “illuminata”, qui da noi molto elitaria.
Sottoponiamo con coraggio la nostra tradizione politico culturale ad una forte torsione innovativa ! Che la renda pertinente alle enormi trasformazioni di questo mondo meridionale così complesso e imprendibile ed ai nuovi e più acuti squilibri sociali, che determinano quelle inquietudini che minacciano l’ efficacia della politica perché la privano di consenso. Innovare per restare in sella e governare. Perché se non rimettiamo in campo un’ idea di società ( anche fuori degli schemi ) non riusciamo nemmeno a leggere i fenomeni e le domande che ci passano sotto il naso.
Se si deve dire qualcosa di inedito lo si dica ! Parliamo di un welfare completamente rivisitato, che non sia nè la semplice riproposizione delle politiche sociali , né il mero risanamento dei servizi pubblici. Solleviamo il tema di un lavoro ampiamente trasformato, che va progettato non rimosso, che non ritroverà mai più il posto fisso , proprio nella cattedrale storica del posto fisso: il Mezzogiorno, Parliamo di un sistema dei diritti farraginoso e indifendibile che deve “liberalizzarsi “ e semplificarsi, Parliamo di un allargamento di opportunità distributive e redistributive che deve necessariamente passare per la rottura di vecchie rendite di posizione, e parliamo, insomma, di un mondo che, anche qui da noi, non si divide più tra padroni e classe operaia o tra ricchi e poveri ma tra ceti stabili e protetti e ceti esposti al rischio del declino. Perché questa ormai è la grande paura dell’ occidente.
Bartolo Costanzo