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Campania: un idea di futuro

La ricchezza della regione Campania? C’è chi la intravede nelle bellezze naturali e paesaggistiche, chi la individua nel patrimonio storico-culturale, chi nel turismo. E chi invece nei prodotti tipici, la tradizione, lo spirito animale di una razza umana che fa della sopravvivenza il suo credo.Non abbiamo particolare avversione nei riguardi di queste posizioni. Se l’antichità di nicchia si trasforma in pura modernità, non può che fare piacere. Lavorare la stessa pasta di sempre e riuscire a trarne nuovi frutti è un’abilità creativa che non è il caso di sottovalutare, di questi tempi.Ma occorre che i frutti siano nuovi, questo è il punto. Magari sbagliando ancora. Ma almeno errori nuovi… E quindi noi diciamo: la ricchezza della Campania è il suo lavoro. E’ nelle forze del lavoro. E’ nei rapporti di lavoro. E’ nel confronto tra capitani d’azienda e maestranze nei luoghi dell’impresa. E’ dove scocca la scintilla del capitale sociale. Là dove la società civile è in azione.

 CUORE E TESTA

Che cos’è oggi la società civile? Di cosa si parla quando la si evoca? Non è il solito manifesto degli intellettuali impegnati per professione riuniti in un’associazione fiancheggiatrice. E’ il corpo vivo e ribollente di energie, sangue e viscere, cuore che pulsa e testa che pensa, al centro della vita regionale, che plasma ogni giorno la realtà, nonostante la politica e persino senza la politica. Ha altro da fare che bussare alla porta di un partito per chiedere il permesso di esistere. La compongono uomini in carne ed ossa che, nei propri ambiti professionali, sono in grado di cumulare una massa di competenze tale da sopravanzare, e di gran lunga, quella che la politica si sforza di coltivare nel suo seno. La politica ha pretesa di surrogarla, ma i partiti, tutti i partiti insieme, per quanto grandi e popolari possano tornare ad essere, non potranno mai stare alla pari di una società civile che risulta più ampia, più radicata nella società, più ricca di competenze e umori vitali. Il potere prende a riferimento frammenti di società civile residuali. Maschere e simulacri della realtà sociale, della “vera” società civile a cui si deve il fatto che la Campania non si sia ancora squagliata del tutto nel confronto con il resto del mondo.

 L’IMPRESA COSI’ COM’E’

La ricchezza della regione è le sue imprese. Né più né meno. E’ vero, esse formano nell’insieme una base produttiva ristretta, dimensionalmente incapace di incidere nei giochi competitivi dei mercato globali, spesso poco competitiva. Ma tant’è: è questo il punto da cui dobbiamo partire. Lo sviluppo della società civile in Campania può trarre alimento attivo solo dalle culture aziendali d’impresa, dove si gioca la partita del rischio, della responsabilità, dell’efficienza e del merito.Primo errore nuovo che vogliamo commettere è intercettare l’emersione delle cosiddette "culture espressive del lavoro" che sono al cuore del nuovo che avanza. Non respingere questo cimento, ma viverlo per quanto è largo e profondo, perché Napoli è tutta intera “dentro” questa fenomenologia.

 ECCELLENTI INNOVATORI

Il patto del Novecento era sostenuto da forti solidarietà sociali e ideali, si basava sul lavoro stabile del maschio capofamiglia ed era aiutato da un welfare “risarcitorio” dei bisogni più gravi: infortuni, malattie, pensioni vecchiaia. Ma il tramonto della fabbrica fordista non ha lasciato solo deserto. I casi campani di eccellenza sono diventati un leit motiv giornalistico. Non ci stupisce. Anche se siamo convinti che essi non riguardano solo il mondo produttivo o del commercio, le medie imprese trainanti e competitive, ma anche quello professionale e della ricerca. I casi di successo frutto della innovazione che sono tuttavia misconosciuti e marginalizzati. Il tema è allora come si trasforma tutto questo in modelli e paradigmi di una regione che vuole tornare a crescere, che vuole svilupparsi a ritmi e a tassi significativi senza pensare che, per farlo, debba imitare modelli e requisiti che non le appartengono: vivacità dei comportamenti, costumi non omologanti, diversità e tolleranza. Vogliamo partire dalla impresa. Anche quella piccola, che compone la parte preponderante del nostro tessuto produttivo. Partire dalla spina dorsale dell’economia regionale. Dalla nebulosa in cui si trova il lavoro irregolare accanto innovazione avanzata. Dalle imprese familiari, croce e delizia della nostra economia: sotto capitalizzate, impaurite e allarmate dai nuovi competitori, eppure traino dell’imprenditorialità e del lavoro nella nostra regione. Capaci – prima e più di altri pezzi di società – di concorrere alla crescita di produttività del nostro sistema. E’ una maggioranza di cui si parla molto e per la quale si fa poco. Dalla quale si ricava pressoché niente come modello fruibile di civilizzazione oltre che di capacità di produrre ricchezza. E’ un universo al quale la Campania deve molto, anche se per la sinistra sembra detenere come un diritto di cittadinanza inferiore. Le imprese, specie quelle piccole, sono i paria della politica. Che le trascura, dal momento che le sue urgenze rispondono ad altre scale di valore. Se non a clientele di altro rango e caratura.

 FORZE CONTRO IL DECLINO

Richiamare dal silenzio il sistema delle imprese per affidargli il futuro della Campania. Sfidare l’imprenditore sul terreno della innovazione e della sua rappresentatività civile vuol dire mettere a capitale sociale la capacità dell’impresa di competere sui mercati internazionali, innovare e ringiovanire le organizzazioni e gli apparati sociali inclini alla rendita. Sfidare l’impresa ad assicurare la coesione sociale, ad essere protagonista e cuore della comunità. A offrire senso di appartenenza e orgoglio di identità alla parte del Paese che più subisce il divario e maggiormente soffre il declino italiano. Spingerle a diventare un antidoto alla depressione economica e alla deriva civile, sia pure in presenza di una classe dirigente politica che a volte si mostra cieca, apatica ed egoista. A trasformare le aziende – perché no? - anche in palestre di educazione civica e di crescita culturale del territorio. A girare la cultura d’impresa - fondata sui principi della responsabilità e del rischio, della efficienza e del merito - contro una politica costituita da protagonisti provinciali invece che cittadini della globalizzazione, esponenti di burocrazie pesanti e autoreferenziali, di una pubblica amministrazione inefficiente.

 L’IMPRESA DI PARTECIPARE

Sapendo che anche il lavoro non migliora se non migliora l’impresa. Perché il lavoro precario è spesso prodotto da imprese precarie, poco competitive e poco lungimiranti. Per questo noi crediamo che le politiche del lavoro debbano essere in connessione con politiche economiche che favoriscano uno sviluppo delle imprese basato sull’innovazione e sulla qualità, piuttosto che sulla mera compressione dei costi, e che disincentivi i comportamenti socialmente irresponsabili.Adeguata formazione, uno spirito imprenditoriale aperto al rischio, premio al merito e slancio all’innovazione. Per evitare di trovare, nella globalizzazione, solo il posto di un mercato di consumo, formato da cittadini fragili e impauriti, ripiegati egoisticamente su se stessi. Preoccupati più di importare badanti ucraine che ingegneri indiani (F. De Bortoli, Corriere del Mezzogiorno, 2007).

 DEMOCRAZIA ECONOMICA

S’intende che l’impresa va sfidata anche sul terreno che le è più ostico. La civiltà della sicurezza sul lavoro, della tutela della persona che lavora e dell’ambiente in cui vive. Ancora più impegnativa è la sfida a rimettere al centro del dibattito il tema della partecipazione dei lavoratori nell’impresa e della democrazia economica. E’ un tema a lungo trascurato, almeno dagli anni Settanta, quando il contesto dell’impresa fordista contrastava le pratiche partecipative, estremizzando la estraneità del lavoro dall’impresa. Poi il tramonto delle ideologie dell’antagonismo sociale non ha favorito l’innesto della cultura d’impresa nel riformismo, a causa di pregiudizi diffusi nella sinistra e nel sindacato, e per resistenze del mondo imprenditoriale.

 UN’IDEA DI FUTURO

I nuovi caratteri dell’impresa flessibile, la ricerca di qualità e l’accresciuto patrimonio di conoscenza e di autonomia dei lavoratori costituiscono condizioni potenzialmente favorevoli al coinvolgimento dei lavoratori (T. Treu, 2007). Si tratta di una vasta area tematica con la quale l’intera sinistra deve fare i conti. Questo deficit culturale è più preoccupante, a nostro parere, della penetrazione dell’antipolitica nel dibattito mediatico.Avere un’idea di cos’è e cosa può diventare l’impresa, di cos’è e cosa può diventare il lavoro, non vuol dire solo riuscire a intercettare il popolo delle partite Iva e il lavoro autonomo: significa avere un’idea di futuro. Il vero deficit della sinistra oggi è culturale. Il vero debito lasciato in eredità al Partito democratico è questo.

 





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